Tuesday, May 16, 2006

LE SCAPOLE ALATE DI FINN - capitolo 1

IO SONO FINN

Ho 34 anni. Questo l’ho già detto, ma la confusione di questa giornata dell’indipendenza mi chiede di centrarmi su me stesso e sulla mia identità. Io sono uno qualunque. Faccio l’impiegato e vivo in un modesto appartamento ai margini del centro città. Sono single, una condizione che vivo con sofferenza. D’altra parte la solitudine è spesso è l’unica strada per rimanere se stessi e non sbarellare. Non voglio finire come Troy e affogare in un delirio televisivo. Il mio cuore è una stanza in cui cerco da tempo di fare un po’ d’ordine: quando sarà pulita aprirò la porta. C’è così tanto spazio. Ci vorrà tempo. D’altra parte, mentre Troy nel suo delirio apocalittico si era completamente staccato dal mondo degli uomini, io nel mondo degli uomini vivevo la mia straordinaria quotidianità. Vivevo la semplicità delle mie radici. Vivevo il mio mondo in bianco e nero, a causa di un feroce daltonismo, ma dei colori avvertivo le vibrazioni. Vivevo di sensazioni. Così profonde e potenti da farmi girare la testa fino a perdere i sensi. Non ho mai compreso la frivolezza malata di Troy, questo suo prostituirsi a se stesso. Ora che Troy mi ha liberato dalla sua ottusa presenza l’ho capito. Troy oltre la sua ostentazione dell’assoluto non era niente. Per questo non ne avverto la mancanza. Per certi versi gli sono grato. La mia crescita la devo alla distanza che ho saputo creare, giorno dopo giorno, anno dopo anno, fra me e lui. Non riesco e non voglio demonizzarlo. Sapevo fin dall’inizio che quel gioco perverso di cui, secondo lui, io ero vittima prevedeva in realtà un solo giocatore. Troy. E per chi gioca con se stesso vittoria o sconfitta non sono che due enormi bugie. Lui così incapace di fare ogni scelta. Io che nella mia fragilità, sceglievo ogni minuto della mia vita. In silenzio, senza ostentazioni. E quelle rare volte che perdevo il rispetto di me stesso e mi allontanavo dal mio baricentro era solo per metterlo meglio a fuoco. Per questo da tempo ero ormai lontano dai trambusti psichedelici delle notti all’impazzata. Per questo ero e sono così solo. Solo e distante. Solo e silenzioso. Vivo in assenza di Troy, il mio ingombrante fratello opposto. Sarei riuscito anche a volergli bene se lui me l’avesse permesso. Ma in lui c’era così poco di umano. Non si può amare veramente chi non possiede la più pallida traccia di sentimento. Provavo una gran pena nel vederlo consumarsi giorno dopo giorno come una belva che, non avendo più la possibilità di trovare prede da mangiare, finisce con mangiare il suo stesso corpo.
Lui affogava nel tempo mentre a me, ancora adesso, il tempo non basta mai.

Sono isolato. Lo sono da qualche anno. Da quando ho scoperto che, per stare bene, ho bisogno di silenzio. Nel silenzio emerge il mio presente, il mio passato e riesco a mettere un po’ d’ordine tra i mille pensieri che affollano la mia mente. Ciò naturalmente non significa che ho rinunciato alla vita. Lo ribadisco: non sono Troy. E’ che questo mio vivere di emozioni che si accavallano come le onde marine talvolta mi costringe a prendere un respiro di sollievo. Rischio di perdermi. E poi c’è un’ossessione. Affascinante e malinconica. Quella dell’incompiuto. Per tutta la vita ho avuto la sensazione di percorrere strade che, a un certo punto si interrompevano. Il fatto è che io non me ne accorgevo e proseguivo comunque. Io credo di essere nato, pur nel limite della mia vista in bianco e nero, per guardare oltre. Troppo. All’inizio, quando ero un ragazzino, mi sembrava normale. Gli adolescenti, spesso, vivono una vita inventata. Poi, crescendo si prende coscienza della realtà e questa condizione mette la parola fine ad ogni stadio e apre il successivo. Ma per chi come me possiede una vita interiore così potente fermarsi è praticamente impossibile. Tutto si svolge all’interno dell’anima e ha fine solo quando è l’anima stessa a mettere la parola fine. L’anno scorso ho amato una donna. Una storia di una notte come tante. Una storia di una notte così intensa. Ho trascorso mesi a coltivare la mia attrazione per quella donna. Andavo in palestra ogni giorno e poi ogni sera cercavo di capitare, per caso, in tutti i posti che lei frequentava. La salutavo discretamente e poi me ne stavo in silenzio. Osservandola quando ero certo che lei non mi guardava. Mi agevolava il fatto che frequentavamo praticamente le stesse persone e che, pertanto, riuscivo a fare in modo che la mia privata ossessione non diventasse una persecuzione per lei. E’ stato necessario quasi un anno perché maturassi la consapevolezza dell’inconsistenza della mia attrazione. Molti, Troy compreso, hanno sempre visto questo mio lato della personalità con immensa pena. Io no. Sono sempre stato molto orgoglioso del miei sentimenti. Anche quando erano rivolti verso il buio. Anzi era proprio in quel buio così silenzioso il mio rifugio in cui ascoltavo il flusso del sangue nelle vene. D’altra parte l’incompiutezza mi dava spesso il senso dell’orizzonte: era ed è una porta sempre aperta. Per questo la mia vita è sempre piena di nuovi progetti. L’unico vero problema è che a nessuno di questi progetti riesco e mettere una data e un luogo. E’ un pericolo. Si rischia di impazzire. Non sarà così per me. Non sono Troy. Guardare dentro me stesso non è come gettarsi in buco nero. Amare qualcuno, anche se è un fatto del tutto personale e privato è ben diverso dal votarsi a un’icona televisiva. Scegliere di essere ordinari è ben diverso che costruire nel deserto il tempio della propria apoteosi e farselo crollare addosso.
Io, anche nel mio isolamento, cerco di non perdere mai il contatto con la realtà. Io con la mia vista in bianco e nero, sono attento ad ogni minima sfumatura. Sono così diverso dalla borghesia bardata a lutto che oggi affollava i funerali di Troy. Tutti li a recitare il proprio il dolore per una persona che era già morta da tempo e di cui, da tempo, tutti avevano perso il senso della presenza. Non sono e non voglio essere cinico. Troy era impossibile da amare. Io ci ho provato e ho messo a rischio molto di me. Anche nei giorni che hanno preceduto la sua dipartita, quelle rare volte che mi capitava di incontrarlo provavo una sorta di fastidio fisico nel contatto, nonostante abbia passato gran parte della mia vita con lui. Nonostante il suo aspetto stralunato e debilitato lo rendesse la persona apparentemente più fragile e vulnerabile della terra. Non voglio dire che lo odiassi. Allo stesso modo era impossibile odiare Troy. L’unica stretta al cuore dietro la sua bara l’ho avuta proprio nell’istante in cui mi sono interrogato su cosa provassi per lui. Niente.
Probabilmente neanche di me rimarrà qualcosa quando me ne andrò. Neppure mi interessa. Io vivo per me, non ad uso e consumo di altri. Io, nella mia vita, sono stato amato. Anche quando sono stato catapultato in quel crogiolo di ipocrisie della famiglia di Troy mia madre mi ha sempre e comunque protetto. Non sono mai riuscito a provare rancore per lei, neppure per le sue scelte talvolta sciagurate. Sono infatti certo che, poco o tanto, ha fatto tutto ciò che poteva per me e di questo, ancora oggi, non posso che esserle grato. Ogni tanto se guardo indietro nel mio passato provo un po’ di spavento. Troppe volte non sono stato particolarmente fiero di me. In una notte come questa vorrei che il passato fosse seppellito insieme a Troy, ma so che non sarà così. Il tuo peggiore passato ti sorprende quando meno te lo aspetti. Ti aggredisce quando sei più fragile e vulnerabile e ti toglie il respiro. Ormai, anche a questo sono dolorosamente abituato, e forse il fatto di riuscire per la prima volta a metterlo a chiare lettere nero su bianco mi aiuterà a conviverci meglio. Io non sono così abituato alla vita. Una volta mia madre mi ha portato da uno di quegli strani personaggi che utilizzano l’ipnosi per andare a sondare le esistenze precedenti. E’ stata un’esperienza traumatica. Sembra che io sia alla mia prima incarnazione. Precedentemente ero una creatura spirituale. Una sorta di angelo. Io francamente a queste cose non credo. Però la mia personalità così introspettiva e, talvolta, irrazionale in qualche maniera rende giustizia a quella profezia al contrario. Sono impenetrabile nei miei silenzi, ma forse perché ormai la superficialità della gente non permette più di oltrepassare il limitato codice della parola. Non coglie più l’universo che sprigiona da uno sguardo. Tutto ciò mi rende difficile una vita sociale “normale”. Anche Troy si arrabbiava molto quando, di fronte alle sue anfetaminiche rappresentazioni io rimanevo in piedi, in silenzio. Così come le mie occasionali compagne non riuscivano a mettersi in comunicazione con i miei silenzi e, da quel vuoto per me così rassicurante prendevano rapidamente le distanze. Comunque non sono un angelo. Sono un uomo. Gli angeli sono parte di un sogno, io non sogno quasi mai. Sono consapevole di ogni singola cellula del mio corpo, di ogni singolo respiro e di ogni singolo passo. L’eventualità di avere un passato limitato alla vita che sto vivendo non mi disturba. Né mi chiedo se avrò un’altra vita. Mi basta quella che ho perché credo che sia proprio la sete di eternità ad uccidere gli uomini. Uomini che ormai non sanno più accettare di essere semplicemente tali.
Troy, in questo senso, con la sua folle corsa nell’assurdo ne è l’esempio più concreto. E’ morto nel suo folle tentativo di essere immortale. Ha passato gli ultimi tempi a riempirsi la testa di cocaina come se quello fosse il suo stargate per il paradiso televisivo di coma-girl. Pensava che il mondo avrebbe fatto di lui un eroe decadente. Il mondo l’ha dimenticato ancora prima di accorgersi della sua esistenza, perché questa è la regola. Chi non vuole essere di questo mondo in questo mondo non ha spazio. E non ha più tempo.

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