Sunday, April 02, 2006

TENERO COME IL CUORE DEL CROTALO - capitolo 2

WE COULD TRY TO SAY GOODBYE TOMORROW. DON'T YOU KNOW WHERE I COME FROM. CAN'T YOU FEEL LOVE COMING ON? WHERE ARE YOU, CAN I SEE YOU TOMORROW? (Amanda Lear)

Io avevo sette anni, quando se ne è andata. Jez dodici. Jez era bella. I suoi occhi scuri fiammeggiavano su un volto pallido incorniciato da neri capelli scarmigliati come serpenti. Jez sembrava di un altro mondo, o meglio, era così dannatamente primitiva e selvaggia che sembrava l’avesse visto nascere, il mondo che noi conosciamo. Viveva di un’istintività acerba, già fiera nel mostrarmi il suo corpo e nel giocare col mio con quella casta impudicizia che grazie al cielo sfuggiva a tutte le morali e alle strafottute psicanalisi dell’universo intero. Jez sapeva amarsi e così l’amavo io. Jez è partita, una mattina, con mia madre per l’ashram di Poona. Là ha imparato ad abbracciare gli alberi, a sintonizzarsi con l’universo intero. Loro sono ancora là intente a salvare il mondo, anche se nonostante i loro sforzi il mondo continua ad arrabattarsi come può ed io gli vado dietro. Nessun dolore. Nessuna lacerazione. Quindi niente. Tanto anche mio padre sembra troppo occupato con le sue narcosedute ideologiche per accorgersi che Troy (mi verrebbe da dire il piccolo Troy) cresce, selvatico e misterioso: come un Dio arcano vomitato da un televisore.
Mi mancava Jez, avrei voluto che mi vedesse, quando avevo i primi peli sul pube e che il mio pisellino cominciava a diventare un vero cazzo che svettava maestoso sulla mia mancata infanzia ormai al termine. La scuola che frequentavo era una scuola speciale, Steineriana per l’appunto: l’unica in cui il grande Troy poteva essere un marziano tra i marziani, di quelle in cui potevi tranquillamente tirare fuori l’uccello davanti al maestro e questo diventava automaticamente l’oggetto della lezione: veniva vivisezionato in ogni minimo particolare.
Perché veniva fuori l’omosessualità latente, il complesso di Edipo finalmente risolto. Invece era semplicemente che il maestro ti rompeva i coglioni e cercavi di farti sbattere fuori dall’aula. A scuola andavo bene. Non poteva andare diversamente: io ero Troy, figlio dell’avvocato Suasantità Giorgio Greco e della pittrice Adelaide (magari ora nemmeno si chiamava più così) partita un giorno e assunta a Dea insieme alla sua principessina Jez. Io me le immaginavo entrambe come in una di quelle immaginette colorate che gli Hare Krishna ti distribuiscono per strada: con gli occhi neri e profondi di kajal e mille alberi e animali intorno. Ma torniamo a me e alla scuola. A fronte di tanta santità nella mia apocalisse familiare io non potevo che essere l’anticristo. Primo: non ero neanche stato battezzato (con un nome così…). Secondo: ero introverso ma allo stesso tempo avevo l’astuzia fredda e calcolata di un serpente nel fare in modo che i compagni si scannassero tra loro ed intervenire nel momento esatto per fare la mia porca eroica figura. Tanto per darvi un’idea, una volta in un duello all’ultimo sangue per la faccina della piccola Rachele io sono intervenuto all’ultimo minuto a separare i contendenti che nel frattempo si erano rispettivamente fracassati naso e gomito. La gratitudine di tutta la scuola, Rachele compresa, mi è piovuta addosso improvvisamente. A me, quel grande eroe che non aveva nemmeno un piccolo graffio a testimonianza del fiero combattimento. In pratica ero come quei generali che escono solo a battaglia terminata per la fotografia che li renderà immortali agli occhi dei posteri. I soldati non meritano ciò: crepano e vaffanculo.
Rachele mi amava, a me non fregava un cazzo e le mie quotazioni salivano vertiginosamente perché neppure approfittavo della situazione.

Da sempre sapevo che rinunciare apparentemente al trionfo sarebbe stata la mia consacrazione finale.
Io tornavo a casa chiuso nel mio imperscrutabile silenzio (in fondo non avevo un cazzo da dire agli altri) e li mi godevo il mio vero trionfo: quello dell’inganno perfetto. Che durava fino al rientro di mio padre (l’unico con cui cercavo una minima comunicazione: con la filippina, capirete, era molto dura e quantomeno inopportuna). Talvolta S.S. Avv. Giorgio Stocazzogreco rientrava, talvolta no. Nel senso che talvolta le portava in casa, altre volte aveva il buon gusto di scoparle in albergo. Non che mi stessero sui coglioni, le sue amichette, anzi perlomeno per quelle due ore di cena insieme fingevano un affetto da serial. Si, un telefilm americano, solo più colorato e infinitamente più chic. Io mi godevo tutto l’imbarazzo e i regali vomitati da cotanto garbo, mio padre si assicurava la sua scopata e tutti felici e contenti. In queste prove generali per diventare la signora Stocazzogreco in realtà nessuna ne è uscita vincente. D’altra parte non capivo nemmeno l’opportunità di tanti sforzi. Era chiaro che l’avvocato aveva sposato la sua Dea indiana e che mai si sarebbe andato oltre il rimescolamento di qualche liquido organico con un comune mortale. D’altra parte nemmeno capivo tanta fatica da parte di quelle donne. Se devi fare la puttana (e di puttane si trattava visto che normalmente erano le sue segretarie) fallo alla grande! Non scopi con un avvocato che di promettente ha soltanto la vocazione a restare tale. Semmai ti intruppi con qualcuno che ha, almeno in fatto di soldi, stramantenuto la sua promessa di successo personale. Mio padre d’altra parte rimaneva fedele, come me, alle sue dee indiane. La loro assenza era l’unica chiave del nostro rapporto. Delle rare tenerezze tra me e sua santità ricordo quei giorni al mare, quell’azzurro enorme che ci ricongiungeva a loro, quell’enorme sole ardente che ci aspettavamo potesse far da corona all’ascensione al cielo della Dea Adelaide e della principessa Jezabel. Loro, la Dea e la principessa, intanto continuavano ad abbracciare gli alberi. Dopo un po’ anche papà ebbe la Sua folgorazione. Il volto della mia casa mutò velocemente d’aspetto. E in un battibaleno dal Taj Mahal ci eravamo trasferiti in una cascina del Donegal. Il pantheon indiano si era sgretolato ai piedi dell’antica saggezza druidica. Dal cibo, alla musica e ai libri di mio padre tutto era rigorosamente irlandese. Unica eccezione l’odore delle canne. Sempre quello ovunque. La Dea Adelaide e la principessa Jezabel erano morte. Per sempre cacciate da un incantesimo chiamata Patricia. Patty si era installata in casa mia con il piccolo Finn, un bastardo più o meno della mia età nato (allora avevo dieci anni) in una comune del Sussex. Per me era diverso. Le mie Dee erano vive più che mai. Io cercavo ancora la mia India i cui segnali erano le cartoline rare – e sempre più rarefatte – che con ossessiva puntualità arrivavano da Poona. Contenevano poche parole e perlopiù incomprensibili: normalmente erano il nuovo mantra suggerito da Osho. Amavo quelle cartoline. Allora per me erano un atto d’amore puro, nemmeno mi richiedevano una replica: l’amore che non necessita di essere corrisposto. Per quanto mi riguarda l’entrata in scena di Pat ha surgelato, fino a quando è restata, il rapporto con Sua ex-santità l’avvocato. Con Finn invece era diverso, ci siamo subito rifugiati in quella naturale e opportunista solidarietà che accomuna i bastardi del mondo. Durò poco più di due anni. La sua timidezza irlandese era il perfetto contenitore del mio vampirismo affettivo. Uniti da un karma ineluttabile: quello dell’immenso e gelido vuoto che ci avvolgeva. Forse anche un’opportunità però: quella di colmare quel vuoto nel modo che meglio ci aggradava, di prendere comunque le distanze dal folcloristico e patetico amore celtico che Pat e mio padre si ostinavano a tenere in scena. Una serie infinite di repliche di uno stantio varietà da provincia. Pat se ne andò dopo due anni e papà votò se stesso e questa volta definitivamente al culto della risorta Dea Adelaide e della principessa Jezabel. Per quanto mi riguarda la Società per Azioni Finn & Troy continuava la propria attività in gran stile e anche meglio, privata com’era di quella triste coreografia di Pat e Sua ex-santità.
Io compivo tredici anni, Finn ne aveva solo dodici: lui cresceva io ero già grande. Grande nella mia inconsistenza, nel vivere a lato delle cose e nell’appropriarmi opportunisticamente dei – rari – momenti di gloria che di rigore, sarebbero dovuti appartenere ad altri. A dodici anni ebbi il mio primo approccio col sesso: una gloriosa masturbazione con un fotoromanzo porno. Mi sentivo come un Dio con quel cazzo turgido in mano che, per la prima volta, mi stava consentendo di conquistare il mondo sommergendolo di liquido bianco, fertile e filaccioso. Da allora non persi occasione per celebrare quotidianamente il mio sacrificio spermatico all’universo. Come se quelle gocce di sperma che improvvisamente schizzavano nella bianca porcellana del cesso dovessero fecondare il mondo intero. Non mi bastava. Il giorno seguente alla mia prima sacra sega andai da Finn, gli mostrai il fotoromanzo e lo smanettai fino a farlo venire: mi appropriai così del suo primo e quindi più importante e intimo atto della sua pubertà. Lui me ne ringraziò. Io, dentro di me, feci altrettanto: anche lui, ora, era mio. Io e Finn eravamo assolutamente complementari. Io ipermetrope, lui perso nella sua miopia. Lui si innamorava delle ragazzine ebbro di esaltazione romantica adolescenziale. Loro lo accartocciavano con fiero distacco. Io le facevo mie, mostrandomi più gelido di un iceberg. Loro mi mollavano e tornavano a farsi riempire cuore e figa dal tormentato Finn. Altro giro, altro regalo. Naturalmente, con tali presupposti, gli amori di Finn erano sempre terribilmente desolanti e disperati, Troy invece era sempre pronto ad una nuova conquista, arrogante e fiero nel vivere col cuore di Finn.
Un giorno, avevamo quattordici anni, fa il suo ingresso in scena Gerry. Magro e delicato, un po’ buffo dietro ai suoi spessi occhiali azzurrati. Gerry era di quelli che alle feste faceva democraticamente il filo a tutte le ragazze presenti. Tutte lo rifiutavano e Gerry se tornava a casa con lo stomaco pieno d’alcool e di una collezione infinita di no. Non solo. Gerry aveva una peculiarità. La sua vista riusciva a focalizzare solo dettagli d’immagine. Come se i suoi occhi fossero specchi frantumati. Per questo camminava inciampando, faceva strani movimenti con la testa, e, se andava al cinema, ne usciva completamente stordito dal goffo tentativo di mettere insieme i pezzi dello schermo come se si trattasse di tessere di un puzzle nella cornice dei suoi occhi. Una sera Gerry mi sorprese mentre fuori da un bar, ubriaco perso, stavo tributando l’ennesimo rito spermatico. I suoi occhi ebbero un fulmineo contatto coi miei. Poi dritti al mio cazzo. La patta si richiude rapidamente. Il volto di Gerry si trasforma nella maschera di chi, controvoglia, prende contatto con la propria tragedia. Gerry era frocio.
Non dimenticherò mai quel suo sguardo. In ogni caso quella pantomima di un minuto bastò a farmi decidere che Gerry entrava, da quel momento, nel club dei bastardi del mondo con tutte le carte in regola. Io, Gerry e Finn eravamo l’esatto compimento di un sistema perfetto quanto l’alternarsi della sera alla mattina. Tutti e tre “diversi”, più che amici eravamo una società di mutuo soccorso. Forse quel comune bisogno era davvero il sentimento più grande e inattaccabile che ci potesse essere. Gerry non mi rivelò mai apertamente di essere gay: lo scoprii solo anni più tardi quando, sceso dal metrò con la vescica in detonazione, corsi al cesso della stazione e mi si parò di fianco la drammatica e orgasmante faccia di Gerry subito prima che un anziano signore riemergesse dal separé dell’orinario. Comunque fosse, frocio o no, Gerry era dei nostri. Lo dimostravano quelle distanze incolmabili fra noi e gli altri, le stesse distanze che separavano ognuno di noi da se stesso. Queste distanze convinsero, simultaneamente, mio padre a precipitarmi nella vertigine psicanalitica. Anni e anni di sedute che legittimavano un mondo capovolto dove l’immoralità regnava sovrana e quindi mi faceva cagare ancora di più della morale stessa. Lui, il mio analista, brillava di soddisfatto entusiasmo se dicevo “stanotte ho sognato di scopare mia madre” o se dicevo “ho seriamente pensato ad organizzare uno stupro collettivo”. Se invece sognavo di mangiare o di fare un viaggio in Cina la faccia si faceva subito delusa e seriamente preoccupata. Se collego tutto ciò allo stronzo sul letto dei miei e alla faccia soddisfatta di mio padre capirete che probabilmente era in atto una misteriosa cospirazione per fare di me un serial killer.
Ero quasi arrivato a innamorarmi, senza tutti gli stracazzi di Finn e Gerry: ma bastò che il dottor Stranamore mi inoculasse il virus “staicercandolamoreperlamore” che in un nanosecondo avevo già mandato a fottersi la mia protofidanzata e mi ritrovavo di nuovo col cuore a pezzi e il cazzo in mano. Per quanto riguarda Finn bastavo io a difendere ogni attacco analitico teso a distruggere la sua sana anima disturbata. Per Gerry probabilmente fu invece la finale consacrazione alla frociaggine eterna. Magari se non fosse stato per lo psicologo dello stracazzo a quest’ora nemmeno si trovava a farsi fare i pompini dai vecchi nella stazione. Per le stesse ragioni probabilmente nemmeno io e Finn avremmo programmato il resto della nostra vita a stramazzarci di coca.
Omosessuali o eterosessuali, monomaniaci o borderline volevamo solo essere amati. Potrei dire volevamo, a modo nostro, essere amati. No, volevamo essere amati e basta, in qualsiasi modo. E invece no, eravamo a nostro modo delle rappresentazioni di noi stessi, piccoli uomini destinati a non crescere più, soldatini di piombo che sarebbero diventati Dei del nulla. Tutti tranne uno. Gerry infatti di li’ a poco sarebbe uscito dalla Società della Buona Morte Interiore. A me del fatto che fosse gay non fregava un cazzo, ma il profeta personale sottoforma di analista di Finn pensò bene di entrare in azione. “Forse il tuo bisogno di frequentare un omosessuale nasconde l’incapacità di prendere contatto col tuo femminile e di esprimere la tua di omosessualità”. Primo: che cazzo ne sai tu dei nostri bisogni quando le persone preposte a conoscerli e a soddisfarli, i nostri genitori, si sono resi in tal senso latitanti da tutta una vita.
Secondo: queste sono le palle che racconti più o meno a tutti per convincerli a passare almeno un’altra decina d’anni in tua compagnia.
Terzo: dovresti almeno avere il buon gusto di sforzarti di entrare davvero dentro qualcuno, e se lo facessi probabilmente ti ingozzeresti di psicofarmaci ed entro una settimana fine del film.
Per amore di cronaca, e tornando a Finn, Gerry fu scaricato nel giro di un giorno con una scusa qualsiasi (a nessuno a sedici anni piace sentire compromessa quella fatidica virilità così dubbiosamente e faticosamente costruita). Di fronte alla scelta tra un gay e un disadattato io non ebbi la benché minima esitazione. Gerry mi piaceva pure. Finn mi consentiva di portare avanti al gioco, quindi ben venga Finn e vaffanculo. Gerry invece esordì, anni più tardi come trasformista (o meglio travestito) in un bar del centro dove si esibiva ondeggiando in playback le canzoni di Patty Pravo.
Con Gerry fuori dai coglioni il sodalizio tra me e Finn risorse più potente che mai, simbiotici e inseparabili (strano che i nostri rispettivi analisti non fossero riusciti a omosessualizzare la nostra relazione: forse era davvero troppo banale e normale per la loro geniale intuizione).
Arrivò l’estate. Finn e Troy partirono insieme destinazione UK. Tutto normale se non ché all’ultimo giorno si aggiunse Roberta mia cugina. Mia zia Lara aveva infatti deciso di partire con sua santità mio padre e la sua ex-principessa dei miei coglioni Pat per un corso di meditazione trascendentale nella campagna toscana. La figlia quindi veniva debitamente parcheggiata a noi. Roberta, era una ragazza di quindici anni. Quando la vidi, per la prima volta dopo dieci anni, mi trovai di fronte una specie di contessina tutta superlativi: carinissima, discretissimamente biondissima, sofisticatissima ed elegantissima nel suo miniabito Armani kaki. Sembrava avesse tatuata in fronte la scritta “ho studiato dalle Marcelline”. Di quelle tipe votate a rimaner così per i prossimi cinquant’anni, congelate nella loro giovinezza da puntuali interventi di chirurgia estetica. L’esatto contrario di me che in pratica cambiavo pelle ogni giorno e a seconda della convenienza. Il carrè biondo incorniciava un viso leggermente spigoloso e finto acerbo, mentre il lungo collo di cigno era adornato da un filo di perle marca Giuda. Com’era diversa da Jez! Partimmo con la piccola stronza al seguito catapultati su un volo per Londra. Li ci avrebbe ospitati la sorella di sua ex-principessa dei miei coglioni. Nel momento stesso in cui mettemmo piede in casa mi accorsi che qualcosa stava accadendo tra le tendine country Laura Ashley che stridevano inesorabilmente con una dimora decisamente mediocre rispetto al santuario multietnico e panteista a cui ero abituato. Per una volta il cuore di Troy ebbe un sussulto. Una fitta rapida e violenta come un colpo di pistola. La sera stessa, a cena fui incapace di parlare: le idiozie di circostanza di Roberta scivolavano come l’acqua nella tazza del cesso. Eppure qualcosa stava succedendo. Anche Troy, il grande Troy era quindi capace di innamorarsi? Della strafottutissima cugina? Il mio castello di ingorda arroganza stava crollando? Si, stava crollando qualcosa e, apparentemente, per sempre. Finn si era innamorato, davvero. Il suo sfigatissimo e melenso aspetto da cuore in perenne, patetica agonia aveva fatto breccia nell’abitino Armani ad altezza cuore. E io ero li. Non potevo far nulla stavolta se non osservare impotente quel ributtante fiorire di sentimenti perfettamente in sintonia con i fiori agonizzanti che facevano capolino dalle tende di casa. La sera stessa li sentii, nel letto accanto, far l’amore. Io, che l’amore l’avevo fatto sempre e solo con me stesso anche quando scopavo le altre. Loro erano li a pochi metri da me che con brevi e discreti sussulti si scambiavano la pelle. Io, la pelle, la buttavo nel cesso quando era conveniente dare una rinfrescata al mio personaggio, cosa che peraltro accadeva quasi ogni giorni.
Io ero li. Nemmeno avevo voglia di masturbarmi. Erano così lontani da qualsiasi feticcio erotico. Loro finirono. Rimase l’odore, quell’odore di corpi sudati d’amore che per me era nauseante come la merda sotto le suole delle scarpe mentre entri in auto.
Nulla. Al momento non potevo fare nulla. Ci dormii sopra: un febbricitante sonno di vertigini emotive.
Passavano i giorni e loro continuavano a lasciare sul mio cammino le dolciastre e vischiose scie del loro strafottutissimo amore. Il destino mi venne incontro: la sera del quattro luglio fummo invitati ad una festa al Camden Palace. L’America intera in quel giorno stava festeggiando il giorno dell’indipendenza, mentre io nella vecchia Europa mi riappropriavo di ciò che mi era stato tolto. Camden Palace quindi. Un’ipotesi fin troppo ghiotta per poter essere rifiutata anche dai due fidanzatini. All’interno della discoteca trovai l’occasione di comprare l’acido. Fu il mio primo contatto con la droga e l’inizio di un lungo sodalizio: Troy stava per tornare a poggiare nuovamente il suo regal culo sul trono che gli spettava. La proposta di un viaggio artificiale non lasciò indifferenti neppure i due peccatori di Peyton Place che assunsero con me le caramelline della felicità. Riuscimmo a rientrare a casa dopo un paio d’ore con i terminali nervosi in preda ad una convulsa elettricità. Il loro tenero amore si stava per trasformare in una lisergica e forsennata kermesse psicosessuale. Ma questa volta c’era qualcosa di diverso, c’ero io. La sovreccitazione forsennata dell’acido mi permise di strisciare tra i loro corpi senza troppa fatica e in un istante la tenera e rosea love story si trasformò in una maratona erotica a tre. Finn era talmente fuori che arrivò a succhiarmi il cazzo. A me la cosa in se non piaceva un granché, ma era il primo passo per ristabilire certi equilibri. Mentre La santa puttanella dei paradisi artificiali stava facendo un pompino a Finn io le leccavo la fica. Le morsi con forza il clitoride. Simultaneamente e con paradossale simbioticità Finn le strizzò con forza i capezzoli. Lei s’incazzò, corse in bagno davvero “toccata nella sua sensibilità” e non riapparve se non nel momento in cui io e Finn, eravamo appena venuti con la più improbabile e allucinante sega che il mondo intero avesse mai visto. Il sistema, ancora una volta, aveva trovato il proprio equilibrio originario. Finn a struggersi per il resto della vacanza col suo sogno romantico caduto nel cesso. La puttanella santa pronta a darla a chiunque avesse una faccia diversa dalla nostra. Io, come prima e meglio di prima: quando un Dio cade e risorge diventa ancora più potente perdipiù se con sospetto di una vena sadica verso il sesso opposto. Rien ne va plus.

La mia rinnovata potenza corrispondeva perfettamente ad una ulteriore perdita di midollo spinale di Finn. Solo io, ormai, mi stavo decisamente emancipando dalla sua schiavitù. Ero pronto a debuttare da assoluto protagonista sulla scena. La spalla non mi serviva più. Con questo non voglio dire che scaricai definitivamente Finn. In primo luogo non potevo rifiutargli la tradizionale solidarietà che era stata la chiave del mio successo. A mio modo continuavo a volergli quel bene cortese che si tributa agli amici d’infanzia in nome del glorioso passato. Finn era molto semplicemente sceso dal palcoscenico e ora faceva parte del pubblico mediocre e bigotto che applaudiva ogni mia interpretazione e che faceva da contenitore alla mia straripante vanità. Dal canto mio, come si conviene ad un Dio, stavo avviandomi ad una carriera di vittima e carnefice di me stesso. Gli Dei, nella loro onnipotenza, sono terribilmente soli. E della solitudine degli Dei non frega niente a nessuno. Agli Dei si chiede molto: raramente si da’ qualcosa. D’altra parte non ne fui mai cosciente, e questo fu per me una gran fortuna.

Autunno 1984: ritorno a scuola. 18 anni, e, per un attimo esco dal mio inferno privato. Finn in secondo piano, Gerry brillantemente avviato ad una carriera di omosessuale in prima linea, Troy che scende sulla terra e si incarna. Il contatto con una potenzialità d’uomo ben presto caduta nel nulla mi da’ una parvenza di realtà. Basta birra, basta acidi, basta tutto. A scuola bene come sempre. Le ragazze diventano una ragazza. E’ una compagna si scuola e si chiama Rebecca. Lei s’innamora e io mi sforzo di fare altrettanto. Mi dico che l’amo a tal punto che le inculerei l’anima. Giorni veloci, lunghi weekend sul lago con i suoi genitori (gli usuali dinosauri del sessantotto), tenere scopate sul tappeto della sala da pranzo. Arrivo perfino a sfiorare la vita reale. Rebecca non è particolarmente bella. Ha un viso lungo con la fronte seghettata da una frangia bionda. Non è neppure particolarmente intelligente. E’ ciò che io non sono mai stato: normale. L’ammiro per questo. E’ un’icona della mediocrità, quella mediocrità fatta di buon senso e buone maniere lontana mille miglia dalla mia misera e artificiosa nobiltà. Con lei non ho più bisogno di mandare avanti il mio personaggio. Per una volta potrei bastare io. Lei d’altra parte non mi chiede di più, anzi mi regala quegli attimi di realtà che non ho mai conosciuto. Anche il sesso, ecco, il sesso. Con lei sono oltre al mio cazzo. Niente prodezze erotiche. Giusto un onesto fare l’amore. Mi ripeto che con lei non serve il personaggio. Il problema è che se vado a vedere cosa c’è oltre non trovo nulla. Il problema è che lei se ne accorge. Il problema è che proprio non ce la faccio. Il problema è che i miei genitori, la psicanalisi e i vari cazzi mi hanno segnato molto di più di tutta la droga del mondo. Il problema e che lei se ne accorge e poco prima di Natale mi lascia col culo per terra. Gli Dei, nella loro onnipotenza, sono impotenti verso se stessi. La mia vita era comunque cambiata. Con la maggiore età stavo infatti rapidamente sviluppando un nuovo istinto. La mia sete di sangue e cuori umani d’ora in poi sarebbe stata selettiva. Non avrei più firmato condanne: non una delle mie prede sarebbe comunque sopravvissuta malgrado me. In pratica avrei indirizzato le mie scelte verso soggetti comunque destinati ad essere vittima di una specie di selezione naturale. E di questa selezione naturale, d’altro canto, neppure ero stato io a decidere le regole. Come i tacchini sotto Natale: tu puoi anche decidere di non mangiarli, lo farà qualcun altro e ancor prima che qualcuno lo decida verranno comunque uccisi e posti a far mostra di se sul banco dei macellai. Questa mia, per così dire, nuova sensibilità aveva poi arricchito il mio personaggio di nuove sfumature, lo aveva in un certo senso completato a tal punto che tutta la messinscena precedente era diventata una rozza e ingenua pantomima di fronte alla gelida raffinatezza che avrebbe assunto il mio gioco da li in poi. D’altra parte anche gli strumenti con la maggiore età erano cambiati. E l’ambiente in cui vivevo me ne forniva altri nuovi e decisamente più costosi. Sua santità l’avvocato continuava bellamente a scoparsi le sue segretarie e a strafottersene di me. D’altro canto la mia unica preoccupazione nei suoi confronti era fare in modo che non si esaurisse il flusso di denaro che affluiva copioso nelle mie tasche a compensare la sua assenza. Davvero stronzo. E coglione. Era sempre stato assente, quindi mai avrei notato una differenza nel suo comportamento. Comunque tutti quei soldi mi servivano. Quindi andavo bene a scuola. Quindi curavo il mio aspetto come la migliore delle puttane d’alto bordo. Quindi il mio amato investitore sganciava ancora di più. I miei gusti si erano fatti davvero raffinatissimi. Dal lunedì al sabato mattina un’impeccabile total look Giorgio Armani, faccia rasata a culo di neonato e orpelli vari. Dal sabato pomeriggio in poi Bodymap, World’s End e copriocchiaie per nascondere i gloriosi ma disdicevoli segni dell’abuso di cocaina (l’acido era diventato davvero troppo out). Da domenica a domenica perenne abbronzatura tropicale e capelli scolpiti.
Non avevo amici, ma solo una strampalata cour des miracles con soggetti sempre diversi che mi accompagnava nelle mie forsennate notti da fine settimana. Normalmente avevo la casa libera. Tre “spalle” (non uno di più, non uno di meno) una sola fanciulla, tantissima coca. La trama me la dava il mio analista. Tutti strafatti e una sedia al centro della stanza. A turno ciascuno di loro inscenava la propria psicodrammatica e patetica espansione della coscienza sotto l’abile regia del deus ex machina Troy. Il giorno dopo ciascuno di loro avrebbe avuto qualcosa di cui vergognarsi tranne me e la fanciulla che irrimediabilmente finiva per darmela. Le discoteche le lasciavo agli altri e le utilizzavo sostanzialmente in quei rari casi di scarsità di carne umana. In fondo non ero diverso dai miei coetanei che sniffavano per ottenere i punteggi più alti ai videogame. Io il videogame me l’ero costruito su misura, ne avevo stabilito le regole e prevedeva sempre un unico vincitore. Me, appunto.
Almeno io un contatto umano seppur gelido come il marmo lo portavo a casa.
E per di più lo avvolgevo in una vertigine forsennata di sensi che nessuna di loro, senza di me avrebbe neanche potuto immaginare. Ciascuna di queste vampire che mi prosciugavano sangue e sperma durava si e no un paio di settimane. Che considerando il ritmo di una scopata alla settimana significava in media un paio di interazioni in tutto. Poi venivano ingloriosamente lasciate a sbranarsi con la propria stessa fame. Probabilmente avevano anche dei nomi, ma davvero, viste le forsennate circostanze, mi era, e mi è tuttora, davvero difficile ricordarli. Tutto ciò che ricordo sono quei fastidiosissimi peli di fica che si aggrovigliavano ai miei denti. Il mio pantheon indiano continuava a scandire il proprio calendario con l’enigmatica serie di mantracartoline di cui ne a me, ne a mio padre importava più un cazzo. Loro c’erano sempre, entrambi le adoravamo come sempre, ma la fica ci prendeva veramente troppo tempo per poterci occupare concretamente delle loro puttanate che, tra l’altro, non eravamo neppure in grado di comprendere. Oltretutto, per quanto ne sapevamo (e nel caso di Jez era una certezza), potevano essere molto diverse da come le ricordavamo. Con mio padre non ne parlavo ma con lui d’altra parte non parlavo di nulla al di fuori della filastrocca quotidiana ciaocomestaibeneetu. L’unico momento di comunicazione ci fu quando l’anima pia della cuginetta bastarda, Roberta appunto si premurò di informare il mio legittimo genitore circa il mio personalissimo modo di condurre il weekend. Per le scopate non mi disse nulla (ci mancherebbe). Per la droga credo lo preoccupasse molto il pensiero di dover impiegare tempo e denaro per “recuperarmi” (oltre alla seccatura dei pettegolezzi). Rassicurarlo fu anche troppo semplice: gli dissi che chi faceva uso di stupefacenti non poteva andar bene a scuola. L’avvocato dei miei coglioni capì immediatamente che non era assolutamente conveniente approfondire. Chiuso l’incidente, se non fosse per quella troia di mia cugina che ricevette una telefonata in cui veniva dolcemente invitata ad impiccarsi al tubo del cesso. Così bastava tagliare la corda e tirare l’acqua. Non solo: avrei fatto in modo che non vedesse più un cazzo fino a che la sua fica non avesse avuto le ragnatele. E così fu: qualche parola sussurrata all’orecchio giusto e la cara Roberta avrebbe potuto chiudersi in convento e nessuno avrebbe notato la sua assenza. Dio mio, come eravamo tutti fragili e manipolabili. Di li a un mese anche la cuginetta infoltiva la schiera degli adolescenti disturbati e pronti al lavaggio settimanale di materia grigia. Non che tutto ciò lo trovassi particolarmente divertente ma era questione di giustizia.

0 Comments:

Post a Comment

Links to this post:

Create a Link

<< Home