Thursday, February 16, 2006

IL CANTO DELLE SIRENE

Il valore del silenzio. Un vuoto immenso. Pieno di rauchi ricordi. Momento da tesaurizzare. Quando sei li, solo a girare il perimetro di un cerchio al cui centro c’è la tua vita. Osservandola prima distrattamente. Poi fissandola nel più profondo: in completa assenza di valore. Sei tu come non sei mai stato. Con i tuoi fallimenti e i tuoi successi. Laddove sono proprio i tuoi fallimenti a renderti quell’eroismo quotidiano che ti ha fatto uomo. Un momento infinito dove il tempo è relativo come tutto il resto. Un momento rotto da un suono stridulo come il gesso che gracchia sulla lavagna. Il tesoro sprofonda nel buio e lo sguardo scorre sul televisore. Apprendi che il mondo è stato sconquassato da uno dei più violenti terremoti che la storia del mondo abbia mai avuto. E’ dall’altra parte del mondo, di quel mondo tropicale e corallino da cui tu sei appena tornato. Risveglio dal tuo sogno vacanziero. Non c’è più se non nel tuo sogno. Non riesci a realizzare. Non per qualche scontato sconvolgimento. Non perché, cazzo, una settimana li c’eri tu. Più niente. Quel suono maledetto e gracchiante del tuo cellulare. Il cellulare non può essere ignorato. Suona e tu, da bravo soldatino rispondi. Non è consentito non farlo, non sta bene. La risposta immediata è dovuta, è la base del bon ton del terzo millennio. Aggiusti la voce per celare il fastidio dell’inopportunità. Non guardi neppure chi è. Sta suonando da troppo tempo. E tu di tempo non ne hai. O meglio non ne hai più. Travolto dalla tua personale tsunami elettromagnetica rispondi con un rapido e interrogativo “si?”. Appena il tempo di capire chi è. L’acuta sillaba della risposta sprofonda nell’impostazione baritonale da attore consumato. Per lei. Lei ti ha lasciato nove anni fa. Lei sostanzialmente non ti ha mai preso perché quando stava con te era di un altro. Lei che a un certo punto sarebbe stata anche disposta a barattarti con l’esangue marito a cui, un giorno, aveva giurato eterno amore. Diventato progressivamente più etereo che eterno. Lei che è diventata quella sporadica amica che il bon ton del terzo millennio impone agli amanti non più tali. Come sono lontani i coraggiosi amori clandestini con duello finale e odio per l’eternità. Pronuncia il tuo nome come in un soffio interrotto. Come per accertarsi che sia davvero tu. Raccogli il gomitolo dei tuoi pensieri e lo butti in un angolo. Idra, fastidioso ingombro della tua intimità. “Come stai?”. Quanta convenienza nella sconvenienza. Non gliene frega un cazzo di sapere come stai. Non gliene importava nulla quando eravate insieme, figuriamoci adesso. E’ lei che vuole dirti come sta. Male, ovviamente. E non c’è abituata. Il dolore per certe persone è così lontano. Lontano almeno quanto la distanza tra la sua scrivania modaiola e la strada dove scorre la vita delle persone comuni. Lontana perché non percepibile dal sottovuoto del taxi che Idra prende ogni mattina e ogni sera per spostarsi da casa sua alla reggia di cui è imperatrice assoluta.
Ora sta male. E lo viene a dire proprio a te. A te che sei lontano. Avulso al dolore almeno quanto lei ma con una polarità opposta. Con quegli occhi grandi quanto la tua stanchezza puntati dritti al nulla eterno. Abbandonato da te stesso nella tua casa trincea. “io sto bene”- un attimo di pavida esitazione – “e tu?”. Quella domanda che non avresti voluto fare ma che l’automatismo delle buone maniere ti impone. “No…sai” – schiarisce la voce. Per un momento squittisce “mi stanno succedendo un sacco di cose”. Quali cose? A tutti – a parte te – succedono un sacco di cose e perché raccontartele poi… “Sei l’unico vero amico che ho”. A parte quei graziosi accessori che passano sotto il nome di uomini e che ingombrano le sue lenzuola, immagini. A parte il suo celeste sposo (o è diventato già ”amico”). L’unico che ha risposto all’appello. Questo si. Per quella strana abitudine del non tirarsi mai indietro. “Ho lasciato mio marito, o meglio, ci siamo lasciati”. Ma quanto è vigliacca, pensi. E come mai la voce è diventata ferma e sonora come la lettura di un verdetto in tribunale? Per fortuna un suono monocorde e sordo come vorresti essere tu in questo momento lascia che questi pensieri girotondino nella tua mente senza diventar parole. Pochi secondi e il cellulare suona nuovamente. E’ ancora lei. Nemmeno il tempo di attivare la comunicazione e “senti ho bisogno di parlarti mi dai il tuo numero di casa? Sei a casa vero? Dimmi che sei a casa e che sei solo”. Si, sono a casa, la stessa, con lo stesso numero e la stessa solitudine. “Richiamami”. Non ce l’hai fatta neanche stavolta. La vedi mentre fuma nervosamente buttata sul letto. Vuoto. Lei con il suo abitino scuro e quel trucco discreto sfatto come il suo letto. Una regina improvvisamente trasformata nella più ignobile delle puttane. E' incredibile quanto regine e puttane si somiglino. Quando ti ha lasciato Idra aveva preso tutto da te. Con la sua “amichevole” indifferenza a quest’ora potresti anche essere sulle banchine della metropolitana a chiedere l’elemosina. Strana la vita. E’ lei ad elemosinare, ma da brava puttana, lo fa con l’invadenza di un caterpillar.
Il telefono. Quello che da anni suona sempre meno. Ancora lei. “Sai ti dicevo, mio marito mi ha lasciato. No, non c’è un’altra. E’ che da parte sua si sente consumato. Dice che sono fredda”. In che senso pensi? Non certo sessualmente, visto che la sua passera è più frequentata della stazione centrale. E poi chi crede di convincere con quella voce da cagnetta bastonata? Non sai cosa dire. Ascolti in silenzio ma nel tuo intimo la cornetta del telefono è diventata il bicchiere di chi origlia attraverso i muri. Stai preparando il tuo personale trionfo di perdente. E il respiro si fa calmo, tranquillamente in attesa di ulteriori dettagli. La voglia di sapere ha ormai sopraffatto il fastidio di sentirla. “E’ strano quanto ti accorgi di amare una persona quando non c’è più”. Ti stizzisci. La tua voce perde il controllo e si fa acuta e feroce. “Ho provato la stessa fitta nove anni fa quando mi hai lasciato” rispondi. “E’ per questo che è finita, perché non potevo permettermi uno come te. Senza controllo, senza freni, senza progetti”. “No scusami, non volevo… parlami di te… come stai…”: non puoi permettere che uno scatto d’ira cancelli il succulento pasto della vendetta. Lei riattacca. L’hai persa un’altra volta. Pensi al suo letto sfatto. Pensi a tutto per non pensare a niente. Sei tu a chiamarla. Mentre lei masturba ossessivamente le lenzuola. “Scusami, scusami, davvero…” la tua voce è infantile. Ti rende quella vulnerabilità che davvero poco si addice a un uomo come te. Dall’altra parte, aldilà di una parete di chilometri d’aria un fioco sospiro da cui scivolano veloci le parole “la rivista chiude, se perdo il lavoro non so davvero cosa fare…”. Tutto torna. In quanto a non saper cosa fare tu sei un esperto. Giovane promessa del teatro scivolato nel doppiaggio. E dal doppiaggio di parti minori in film importanti agli spot televisivi e alle fiction sudamericane. E’ stato un attimo. Quell’attimo in cui hai deciso di isolarti dal mondo per verificare come avrebbe reagito il mondo. Ha reagito con l’indifferenza e a quel punto tu eri già oltre la soglia di non ritorno. Una voce senza nome. Un titolo di coda maledettamente ghigliottinato dalla pubblicità. Una voce nel buio. “Ci vediamo a pranzo domani? Così ne parliamo con calma”. Ma di che cosa vuoi parlare? Idra vuole solo essere ascoltata. Non può capire l’eroismo del tuo sacrificio. Che d’altra parte è condivisibile solo da chi, come te, l’ha vissuto. E poi quel tono di voce. Cazzo, non stai lavorando. Lei lo intuisce. Ti liquida con un “ma no, a che serve: domani forse sarà già tutto diverso…”. La voce riprende quota. E’ questo che hai sempre invidiato di Idra. La capacità di intuire - sempre e comunque – una possibilità. Quell’arroganza di chi sa di non perdere davvero mai. Ti toglie il respiro. Non sai cosa dire. Deglutisci come ad incassare un colpo dritto allo stomaco con relativa tsunami di acidi gastrici. Lei sta mordendo il cuscino zuppo di lacrime ma allo stesso tempo, più sotto, è già bagnata godendo del suo futuro. Tu non sai piangere. La tua emozione si chiude con la tua voce. E non sai più dominarla nemmeno molto bene. Ma stavolta ti sta chiedendo aiuto. Insisti. “Dai vediamoci domani. Mi parlerai dei tuoi progetti…sai, per telefono…” . Per telefono non riesci a godere pienamente della sua lancinante icnografia. La immagini come puoi. Anche perché – nel tuo isolamento - ti riesce sempre più difficile immaginare. Cede con insolente senso di noia. “Va bene salto su un taxi e sono li alle tredici”. La sua voce ha lo stesso timbro monocorde di una segreteria telefonica. Conclusiva di una conversazione che invece poteva proseguire per ore. Era questo che volevi. Ma sei così drammaticamente abituato a sbatterti la porta in faccia. Non rimane che un reciproco ciao. Il suo, deciso e tonante come un insulto. Il tuo, convulso e confuso come chi agisce in senso diametralmente opposto alla propria volontà. Riattacca. Non tu. Rimani ancora un istante nell’illusione del contatto. Ancora una volta la parola fine l’ha detta lei. Secca e sicura. Disperata forse. Non sai decodificare il suo ciao. E’ l’estremo saluto di chi cercava il non trovato? E’ l’estremo saluto – raro gesto d’amore - di chi si arrende ad una realtà nuova e crudele a cui non sa reagire? E’ l’estremo saluto e basta? Comunque l’ha rivolto a te. Fissi il telefono con la testa sotto una pioggia di pensieri radioattivi. Perché tu, che con la voce ci lavori, non riesci a dare un significato a quel ciao? In fondo vi vedrete domani. O forse non vi vedrete più. Perché come in un film degli anni cinquanta la telefonata prelude al gesto definitivo. Non è possibile. Lei sta già pensando al futuro. O forse te lo ha detto per non preoccuparti. Ma in fondo non le è mai importato un granché di come ti sentissi. Pensa a te. Goditi la tua rivincita. Te la meriti tutta. Lei che si è fatta fotografare con un piede sul tuo petto pochi minuti fa, solo pochi minuti fa era in ginocchio ad implorare la tua pietà. Certo, alla sua maniera.
Cazzo, quanti pensieri prima che arrivi domani. Non è da te riscoprirsi tanta umanità sepolta accuratamente sotto l’iceberg della solitudine. D’altra parte non è da te, questa sera, scambiare l'ansiolitico garante dei sogni che da solo non riesci più a fare con tanto cardiotonico da farti scoppiare il cuore...

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