Friday, December 29, 2006

STROBO - capitolo 2

DUE MILIONI E SEICENTOTRENTAMILA MINUTI PRIMA DI IERI

Statistica, solo statistica. Il mio continuo mutamento è confermato empiricamente dai fatti. Solo pochi anni fa, quattro per l’esattezza, all’alba dei miei trent’anni mi arrabattavo per trovare un lavoro da avvocato. Non andavo mai oltre la fotocopiatrice. Ero vestito con quanto di più improprio ci potesse essere. Ero più sconveniente di un prete in un locale di lap dance. Ero più disattento di un bambino alla lezione di matematica. Per via dei miei occhi di specchio frantumato.
Sbattevo di qua e di la e spesso non arrivavo a fine giornata senza avere i miei vestiti chiazzati di sangue. Intollerabile, inaccettabile e impresentabile. Al compimento dei miei trentuno anni ho capito – per meglio dire - mi fecero capire - che non era il caso che continuassi. Altro giro, altro regalo. Stavo perennemente con i sensi acuminati e l’ormone alle stelle. Accettai quindi un lavoro all’interno di un network di palestre. Vendevo abbonamenti carissimi sui quali percepivo una provvigione bassissima. Naturalmente riuscivo a scopare moltissimo (anche se in gran parte si trattava di babbioncine ben tenute). Tuttavia non di solo sesso vive l’uomo. Serve il cibo. E i soldi che percepivo non riuscivano a coprire questa esigenza abbastanza fondamentale. Sei mesi ed ero nuovamente con il culo per terra. Per un po’ di tempo tornai in casa dai miei ma molto velocemente mi tornò in mente il motivo per cui oltre dieci anni prima me ne ero andato sbattendo la porta. La porta venne sbattuta nuovamente e definitivamente. Per un po’ di tempo feci di tutto dal dog sitting a vari lavori del cazzo. Con il cazzo per precisione. Mi facevo succhiare il pririllo a suon di banconote. Da uomini, donne e coppie indifferentemente: d’altra parte quando uno ha fame mica ha tempo di andare per il sottile. I clienti erano tutti sufficientemente ributtanti: non avevo certo la prestanza fisica di un gigolo’ che si può permettere di dettare le regole. Però sapevo condurre bene il gioco. Già in altre occasioni e molto più giovane avevo sviluppato una certa professionalità. Normalmente evitavo di venire. Anche perché una volta venuto la giornata era chiusa, mentre io avevo una fottuta necessità di fare soldi. Riuscivo a mantenermi una casa e anche a permettermi qualche piccolo sfizio. Ero, d’altra parte, consapevole che il gioco non sarebbe potuto durare a lungo. Avevo già superato i trenta e la concorrenza dei mandingo extracomunitari era più che aggressiva. Finalmente un colpo di culo. Nel cesso della stazione che ancora oggi, con regolarità quotidiana, accoglie i miei liquidi organici mattutini incontrai un uomo distinto che adescai. Mi chiese di andare a prendere un caffè con lui. La cosa mi metteva ansia. Io stavo lavorando, non avevo tempo da perdere (per di più nell’ora di punta) e normalmente non mi andava di interloquire più di tanto con i clienti. Andai contro il mio istinto e accettai l’invito. Interminabili minuti di conversazione e la prospettiva di un guadagno mancato. Alla fine nel mio portafoglio anziché una grassa banconota arrivò un bigliettino stropicciato con il suo numero di telefono. Io nel frattempo avevo già messo in chiaro la mia eterosessualità, caso mai il tizio si fosse fatto strane idee. Lo richiamai il giorno dopo e pranzammo insieme. Il giorno dopo ancora e così i giorni successivi. In un certo senso diventammo amici (anche se per me l’amicizia, come ogni altro valore, aveva sempre un significato molto relativo). Andrea lavorava presso una casa editrice e si stava occupando del lancio di una nuova pubblicazione. Una pubblicazione dedicata al culto del corpo, destinata a un pubblico di uomini ossessionati dalla propria immagine e da donne altrettanto ossessionate. Da tutto ciò che normalmente ossessiona ogni donna. Cellulite, menopausa, tette cadenti ecc. Mi offrì un impiego come correttore di bozze. Accettai. Lo stipendio era basso ma sufficiente e soprattutto non avrei più dovuto vivere tra i miasmi penetranti dei cessi della stazione. Lavoravo giorno e notte. Il mio difetto alla vista mi rendeva lentissimo, ma – per la prima volta - mi trovai costretto a sviluppare un’attenzione diversa. E a superare, parzialmente, i miei limiti. Dovevo concentrarmi per trovare quegli aghi nei pagliai che la creatività dei giornalisti lasciava all’interno dei testi sottoforma di refusi. Leggevo e rileggevo senza sosta. Quando le luci della redazione si spegnevano riempivo la mia cartella di fogli e continuavo a casa. A volte fino a tarda notte, aiutato da tazzone di caffè bollente che facevano aggrovigliare il mio esofago in spasmi lancinanti. Volevo essere bravo stavolta. Il più bravo correttore di bozze che la storia dell’editoria avesse mai conosciuto. E così fu. Dopo pochi mesi ricevetti la mia prima promozione. Mi occupavo delle rubriche di consigli spiccioli sull’alimentazione. Un mese il latte è assolutamente indispensabile per l’osteoporosi, il mese successivo una misconosciuta università (americana) ne scopre letali proprietà. Le solite stronzate. Però avevo cominciato. Seriamente. Cercavo con ossessiva dovizia i contenuti delle cinque notiziole che ogni mese riempivano la mia colonna a pagina ventiquattro subito dopo l’editoriale, le (fintissime) lettere dei lettori e la pubblicità. Per il tempo rimanente continuavo a leggere e a correggere ciò che scrivevano quegli strampalati personaggi che ora mi potevo permettere di chiamare colleghi. Non era mica una soddisfazione da poco. Prima mi guardavano con una strana circospezione. Ora non solo mi salutavano: talvolta arrivavano ad invitarmi a bere il caffè con loro. Sempre con molta circospezione: in fondo non ero propriamente “uno di loro”. Ci ero abituato e d’altra parte neppure io mi sono sentito mai empatico con il genere umano. Rubrica dopo rubrica, cazzata dopo cazzata sono andato avanti. La mia colonna presto divenne una pagina intera. Quando eravamo sul lavoro Andrea di tanto in tanto passava accanto alla mia scrivania accennando un lieve sorriso di compiacimento che io fingevo opportunisticamente di ignorare, preso com’ero dalla concentrazione su ciò che scrivevo. Naturalmente continuavamo a frequentarci, ma lontano dagli occhi pettegoli e maliziosi dei cosiddetti colleghi. Si trattava perlopiù di appuntamenti serali in pizzeria. Lui mi parlava dei casini con la moglie, una giornalista di moda ai confini della realtà, e io lo ascoltavo. In silenzio. La cosa che più mi sorprendeva di quello strano uomo era la ferma e gelida ostentazione di potere che manifestava sul lavoro in netto contrasto con la delicata fragilità che lo annichiliva nel momento in cui entrava nel suo spazio privato. Non so quale delle due anime mi infastidisse di più, anche se quella sua ambivalenza in qualche modo palesava una complessità schizoide che, in fondo, non potevo che trovare affascinante. Per questo continuavo a frequentarlo. Anche per un certo opportunismo. Reciproco. Io lo ascoltavo come un prete compassionevole mentre lui vomitava i suoi microdrammi famigliari, lui mi aveva procurato un lavoro nel quale stavo progredendo. Presto diventai un giornalista a tutti gli effetti. Dalla colonna a alla pagina intera, dalla pagina intera a veri e propri servizi. Al centro di tutto il corpo, come curarlo, come mantenerlo ma, soprattutto, come sognarlo. I miei colleghi – si, adesso mi potevo davvero permetterli di chamarli così - anche se con la bocca storta, avevano dovuto fare i conti con la realtà e ammettermi in quegli strani rituali di casta che regolano la vita dell’ufficio. Rituali a cui io mi sarei pure sottratto molto volentieri. Mi piaceva però troppo il gusto del loro fastidio politicamente corretto. Io ero li, fiero di non essere me stesso, e scrivevo. Scrivevo cazzate, d’accordo, ma ero comunque un giornalista a tutti gli effetti. Invitato alle feste (a cui non andavo quasi ma) e alle conferenze stampa (a cui invece andavo molto più spesso in quanto, normalmente l’orario in cui erano organizzate, si confaceva di più alle mie abitudini e alle voglie di fuga anzitempo.
Stracoccolato da schiere di pierre che mi avrebbero venduto le loro figlie pur di avere mezza riga sui loro elisir di lunga vita. Righe di cui io ero peraltro generosissimo. Una vera puttana. D’altra parte non potevo dimenticare che battevo i cessi della stazione fino a poco tempo prima. Farsi fare i pompini a pagamento era però più dignitoso che passare le giornate a sedurre giornalistucoli sui miracoli dei prodotti da supermarket. Di quelli appunto che ti danno, almeno nei sogni, il corpo che vorresti. Una veloce metamorfosi. Parlare del corpo. Sognare un corpo nuovo. Giocare con il corpo. Non sessualmente certo. Quello lo avevo già fatto in tutti i modi tempo prima e ora mi sembrava oltremodo patetico pensare a qualsiasi forma di atto sessuale come qualcosa di trasgressivo. Al contrario cominciò a diventare molto interessante la possibilità di esplorare il mio corpo. Capire come mutava e supportarne il mutamento. Con il gusto di bagnarlo, Aciugarlo, colorarlo, qualche volta anche incidendolo per assaporare il caldo e metallico rivolo di sangue tracciare una nuova via. Procurarsi un orgasmo dietro l’altro per il semplice gusto del fremito che attraversa la schiena ed esplode in gola. Usare il mio sguardo di specchi frantumati per raggiungere livelli d’osservazione diversi, sicuramente molto lontani da ciò che convenzionalmente viene chiamata attenzione. Prendiamo un prato verde di primavera. Tutti sarebbero li ad ammirare le pennellate dei fiori sul verde del manto erboso, l’intrecciarsi degli alberi germoglianti verso cielo terso. Io osservo il bruco che si nutre del germoglio. Osservo la foglia e la sua mappa arcana di venature che trovo così simili alle vene del mio corpo. La virtù dalla necessità. Destino? Karma? Sicuramente senso del pratico. I miei occhi sono così? Bene servirà pure a qualcosa. Basta capire cosa. Come d’altra parte è sempre servito il mio cazzo di ventitre centimetri. Mi ha aiutato nei momenti del bisogno e ha regalato felicità a momentanei amici. Non è poco Anche la scrivania su cui giorno dopo giorno mi guadagno da vivere in fondo la devo a lui. Per questo e per tutto il resto, a lui ogni giorno dedico la dovuta attenzione. A lui, che è al centro del mio universo e di tutti i miei universi. E’ il mio cazzo. Ciò che rimane fermo mentre tutto intorno a me gira. La leva di una eterna slot-machine. Che dire delle donne? Come le stagioni ogni tanto affamano la mia sete di vita al punto che farei sesso con tutte. Altre volte invece proprio non riesco a subire quella dannata sensazione di essere al centro del loro agonismo sessuale. L’amore? A quello non credo più da tempo. L’amore è soltanto una patetica, vetusta metafora dell’opportunismo. L’opportunismo dell’anima certo, ma non per questo più nobile. E’ un subdolo ingannatore che manipola i sentimenti e alla fine ti lascia nudo, vulnerabile e con limitate possibilità di riscatto. Una sensazione decisamente fastidiosa. L’ultima persona che ho amato probabilmente è stata mia madre ed ero bambino. Il più grande atto d’amore compiuto nei suoi confronti è stato il mandarla a cagare una volta cresciuto. Naturalmente il discorso cambia notevolmente se si parla di sentimenti. Di quelli, essendone provvisto anche un cane è molto probabile che pure io ne sia dotato. E sono più onesti dell’amore. Hanno una collocazione temporale molto precisa e durano per quel che durano. Sono energia pura e chiaramente indirizzata. Con i sentimenti è più difficile ingannare. Talvolta non conviene neppure. Fatta eccezione per le mamme che il sentimento, da sempre, lo usano come merce di scambio. Però sono facilmente smascherabili così come altrettanto dissimulabili le donne che in genere travestono di sentimento il proprio organo genitale. Misogino? No. Se non amo non posso certamente odiare. Sicuramente non sono una persona particolarmente affettuosa e affezionata. Anche perchè ad attaccarsi alle persone c’è sempre da rimetterci. Alcuni esempi. Andrea, consuma se stesso e la sua vita a fingere una famiglia ricca e felice che non esiste più neppure nelle fiction di quart’ordine. I miei genitori si odiano da sempre, ma, fortunatamente, di loro non so niente dal giorno dell’addio ed è meglio così. Per quanto riguarda Troy, Finn e tutti gli altri non sono altro che “prove tecniche - fallite - di civile borghesia”. Io ho imparato a vivere in discesa libera. Io ho imparato a fottermene delle precauzioni. Le precauzioni nutrono solo la paura. Le precauzioni sono un presuntuoso quanto vano tentativo di arginare il lato oscuro di ciò che sarà e che il buon senso popolare riempie di conseguenze da pagare. Io le conseguenze non le ho mai pagate e se mai è accaduto, sicuramente non me ne sono accorto. O forse con il mio vorticoso mutare ho ingannato anche loro. Forse si. Spero di si. Spero.

0 Comments:

Post a Comment

Links to this post:

Create a Link

<< Home