Sunday, November 22, 2009

SOTTO LE SCARPE DI CARLA

Le linee di confine. Quella fra l’est e l’ovest. Quella fra il nord e il sud. Quella fra la terra e il cielo. Quella fra il bene e il male. Quella che io attraverso tutti i giorni senza saperlo. Quella fra il sopra e il sotto. Sopra c’è qualcosa che sotto non c’è. Parigi, 21 novembre 2009. Un cielo terso. Ore 13:40. Rue de Saint Honorè. Scoop Cafè, gente elegante, voci soffuse come la musica, sorrisi di circostanza e un trionfo di stile e educazione intorno alla mia salade poulet citron. Ore 14:30. Una nera statua umana drappeggiata di nero sciolta sulla fredda pietra del marciapiede. Immobile. Un cucciolo fermo sul tappeto di un mantello frusto. Un cartello che grida la fame di chi non riesce ad alzare la testa. Va bene una moneta. Va bene un buono pasto. Va bene qualsiasi cosa per chi non ha niente. Va bene una moneta che per la mia generosità borghese è annoiato imbarazzo. Per qualcun altro è sopravvivenza. Ore 14:45. Stazione Nation. Sul treno del metro sale una ragazza di colore. Ha 27 anni e la pancia gonfia. Non è obesa. Si accarezza la pancia e una lacrima le striscia il volto. Comincia la liturgia dell’accattonaggio. Cazzo ma è giovane. Si accarezza la pancia e parla. Si scusa. Poi chiede. Tutti qui chiedono. Chiede una moneta. Chiede un buono pasto. La mia ipocrisia borghese emette subito una sentenza di condanna verso chi, come lei, approfitta del suo stato per fottere soldi alla gente. Lei continua a parlare. Piange. Non commuove e di soldi ne fa pochi. Ne meriterebbe tanti. Per se e per il suo bambino. Non so se approfitti del suo stato, ma se lo fa ha ragione. Qualcuno deve pagare perché, è evidente, se lei è li in quello stato qualcuno ce la deve avere messa. E se a fotterla sono stati il mondo e la società civile, bene, sono loro che devono pagare. Pochi minuti dopo sale un ragazzo. Avrà si e no 25 anni. Ha la barba lunga. Parla sommesso. Ha la barba lunga. Ha gli occhi tristi. Più dei miei. Ha gli occhi impauriti. Urlano dolore. Hanno paura. Il volto è scavato, probabilmente dall’uso di droghe. Probabilmente dalla fame. Probabilmente da una vita ad accesso negato. Chiede una moneta. Chiede buoni pasto. In ogni frase che scorre velocemente nel vuoto echeggia la parola “chaud”. Caldo. Una zuppa. Una coperta o una siringa piena di sogni. Sono un po’ meno borghese. Qualunque cosa sia. Qualunque cosa tu meriti la devi avere. Te la devo in rappresentanza della vita bastarda che ti ha portato davanti a me. Ore 15:30. Cimitero Père Lachaise, turisti che vagano con quell’aria un po’ ebete che fa perdere ogni rispetto della morte, seppur di persone famose. Corvi che gracchiano e il cielo che si fa grigio. Un ticchettio di macchine fotografiche che tuttavia non riesce a rompere quell’idea dell’eterno a due metri sotto terra per noi così impossibile da immaginare senza perderci il sonno. Un ragazzo si sta facendo una canna. Un altro è su una sedia a rotelle e cerca di inerpicarsi sulla salita. Tutti a rendere omaggio al Re Lucertola, James Douglas Morrison, il Dio Pagano morto a 27 anni nel tentativo di sfondare le porte della percezione. Un Dio minore, ma che forse perché più terreno e carnale è capace di dare quelle risposte che il Dio padre degli uomini continua ostinato a negare. Ore 17:00. Stazione Nation. Un ragazzo. Una ragazza. Seduti vicini sul metro. Si accarezzano le mani. Ma lo sguardo è rivolto a terra. Parlano poco. Non si guardano mai. Ma le mani, quelle le tengono vicine. Legate. A tratti accennano un sorriso. Lei più cha altro. Lui proprio non ci riesce. Ha gli occhi arrabbiati. Hanno l’aria di chi vorrebbe essere altrove. Hanno l’aria di amarsi, ma per l’amore ci vuole un futuro, e il futuro per loro è un’equazione a mille variabili. Pochi metri sopra c’è Parigi. Con l’aria tempestata di luci ed elettricità. Con i palazzi coronati da diademi intermittenti. Con la gente che corre trascinando sacchetti e sogni di veloce realizzazione. Sotto ci sono loro. I topi. Gi insetti. I parassiti. Quelli che chiedono. Una moneta e i buoni pasto. Li chiedono agli altri parassiti. A quelli che come me gli hanno rosicchiato la vita. Quelli che passano le serate in palestra per rendere dignitose quelle membra disastrate da una vertigine di eccessi. Quelli che vanno in paranoia se l’automobile fa un rumore strano o se l’aereo è in ritardo. Quelli delle riunioni condominiali, quelli che non sopportano il vino che sa di tappo, quelli che si fanno un volo transatlantico per comprare le scarpe di Jimmy Choo. Quelli che, come me la linea di confine la attraversano solo da turisti. Oppure guardano il mondo di sotto alla televisione, stesi sul letto di un albergo su Marte. Quelli che non si sono mai accorti che quella torre che rompe il cielo di Parigi con un turbine di scintille non è altro che un freddo scheletro d’acciaio.

7 Comments:

Blogger Stoney said...

Si pronuncia Carlà. Dopo leggo pure. :-D

11:31 PM  
Blogger Giovanni Odetto said...

Bello, molto intenso....ma sta succedendo anche a Milano

1:21 AM  
Blogger Seditionary said...

no...a Milano non è così. Li sono tutti fottutamente giovani e già fottuti.

3:47 AM  
Blogger wabes said...

sei uno scapigliato contemporaneo..

5:06 AM  
Blogger Stoney said...

"Rue de Saint Honoré"??? Ma davvero hanno dedicato una via a una torta?

5:01 AM  
Anonymous Anonymous said...

This comment has been removed by a blog administrator.

3:46 AM  
Blogger monty74 said...

lacrime anche qua. quelle sulle mie guancie.

2:10 PM  

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