Sunday, October 25, 2009

PER L'ULTIMA VOLTA

Mercoledi mattina. Squilla il telefono. Molesto come quasi ogni cosa che mi accade di mattina. E' mia madre. Mi saluta velocemente, sa perfettamente che con me, di mattina, non è il caso di fare troppe parole. Mi annuncia che domenica sono stato invitato al compleanno di mia zia. Rispondo automaticamente che ci sarò. Cazzo, proprio questo fine settimana che è già così denso. Smonto e rimonto velocemente l'agenda. Devo andare. Devo riposare. Devo lavorare. Ogni ipotesi non regge. E' falsa. Devo andare. Speriamo che diventi presto "voglio andare". Passa il giovedi, passa il venerdi e anche il sabato. Cerco un'emozione intelligente e motivante. Non la trovo. Non c'è. C'è invece il peso di una vita costantemente sotto pressione che a fatica riesco a modulare. Prima ancora di accorgermi di essere vivo è domenica e sono al volante. Dell'emozione intelligente e motivante non c'è ombra. Attraverso le montagne. Arrivo di fronte al mare. E' un cristallo abbagliante. Di nuovo le montagne. Sono arrivato e mia madre, come sempre, mi apre prima ancora che io suoni il citofono. Pochi minuti. Quel tanto che basta per dirmi che questo evento ha un'importanza improrogabile. Quella delle ultime volte. Mia zia da alcuni anni è in preda a un progressivo straniamento. Alzheimer, penso, anche se questa parola è sempre stata pudicamente esorcizzata dal vocabolario famigliare. Questo compleanno sarà con tutta probabilità l'ultimo in cui sarà in grado di riconoscerci. Ecco, l'emozione intelligente e motivante è arrivata. Voglio esserci e in pochi minuti sono sotto la casa di questa vecchia bambina che giorno dopo giorno scivola nel suo mondo parallelo. Un mondo sognato. Narcotico e in piena assenza di dolore. Provo imbarazzo. Perchè io, di fatto, di quella famiglia non faccio parte da molto tempo. Da quando inseguo i miei sogni e la mia vita. Quindi da sempre. Ci sono tutti. Le tre sorelle di mia madre. I miei dieci cugini. La figlia di mia cugina, una raggiante giovane donna a cui è affidato l'intero destino genealogico. Come sono invecchiati, penso. Come sono invecchiato pensano loro. Riconosco immediatamente quei tratti aristocratici venati di malinconia che caratterizzano pressochè tuti i membri della mia famiglia tranne me. D'altra parte io non sono più uno di loro. Molti, infatti non li vedo da una quindicina di anni. E dopo quindici anni i legami si sfilacciano, è inevitabile. Li abbraccio tutti. Li bacio tutti. Lei, mia zia, è ferma davanti alla finestra. Osserva il vuoto. Stupita. Interrogativa rispetto alla presenza di tanto caos in un giorno per lei così normale. Nel suo mondo lontano, sereno e inaccessibile i compleanni non esistono. Sorride felice e misurata. Sotto quella corona di nuvole e ermellino che sono i suoi capelli e i suoi pensieri. Io cerco di stabilire qualche contatto ma non è facile. Tronfio come sono nei miei abiti metropolitani così fuori luogo e fuori misura che mi rendono così diverso da tutta la gente che, certe misure, le ha abbandonate da tempo. Scambio qualche battuta. Alzo la voce. Rido sonoramente. Cerco di essere divertente. Mentre sono irrimediabilmente vittima di un imbarazzo nucleare. Spero fortemente - molto fortemente - che la conversazione una volta a tavola non scivoli in lacrimose riesumazioni dei ricordi di gioventù. Cazzo, è presto, siamo ancora giovani. Ma è una bugia. Siamo già tutti in quella età in cui c'è un passato denso da raccontare. Anche per me che sono un voltapagine professionista. Forse tutti stiamo pensando la stessa cosa. Si continua tra copiosi bicchieri di vino e piatti rigonfi a mettere in scena la commedia dell'armonia. Mi sento un po' meno distonico. Ma il tempo corre veloce. Appare lo spettro dell'impegno. Prima che sia tardi, prima di ogni banalità io devo comunque andare. Abbraccio tutti. Quelli - pochi - che rivedrò presto e tutti gli altri rimandati a un futuro non meglio definito e che forse neppure esiste. L'abbraccio più forte è per la vecchia bambina che presto sarà semplicemente via. Regina nel suo regno lontano e inaccessibile. Il tempo di un bacio a mia madre, di un ultimo arrogante saluto benedicente e sono di nuovo sulla mia auto. Ci sono le montagne, c'è il mare e poi il piatto paesaggio freddo come la pagina di un'agenda. E c'è ancora un uomo che va via. Di sogni da rincorrere non ne sono rimasti molti. Ma di cose da fare si, ce ne sono tantissime. Guardo il mare che si allontana e, in costante accelerazione, prendo ogni distanza cautelativa dalle emozioni contrastanti, di cui tutte le ultime volte sono impregnate.
Trattengo solo qualche istantanea in cui, ora che sono via, trovare rifugio calmo e sicuro. Un'ultima volta.

P.s. In questo blog non ho mai parlato di me così esplicitamente e con la presunzione della pubblica rilavanza rispetto a qualcosa di tanto privato. E' l'ultima volta. Forse.

1 Comments:

Blogger Stoney said...

That's some some soul trip, mate!
Non importano le differenze, i dissapori o la lontananza che si crea col passare degli anni.
La famiglia è sangue.
Grazie per aver condiviso un po' del tuo con noi.

5:29 AM  

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